Ida Nielsen, la principessa del funk
7 ott 2022
Tempo di lettura: 4 min
Aggiornamento: 26 ago
Un'intervista di Martina Knecht sulla musica, Prince e la forza del funk.

Ida Nielsen sul palco di JazzAscona. Al centro della sua musica, il basso elettrico che ha reso inconfondibile il suo sound.
«Lavorare a stretto contatto con Prince per quasi sei anni mi ha insegnato moltissimo su ogni aspetto del mestiere del musicista.»
«A badass, badass chick.» — Prince
Con queste parole Prince descrisse Ida Nielsen, cogliendo molto più del suo talento di bassista. Riconobbe il carattere, l'energia e la libertà con cui affrontava la musica. Scoperta dall'artista di Minneapolis nel 2010, Nielsen entrò a far parte della New Power Generation e successivamente del trio rock 3rdEyeGirl, condividendo il palco con Prince fino alla sua scomparsa, nel 2016.
Terminata quell'esperienza, la musicista danese ha ripreso il proprio percorso artistico. Con The Funkbots, di cui è bassista, compositrice e cantante, porta in tournée un repertorio che intreccia jazz, funk old school, hip-hop e soul. Dall'Europa all'Asia, dall'Australia al Brasile fino agli Stati Uniti, continua a coltivare quella stessa passione per il funk che da sempre rappresenta il cuore della sua musica.
Il 2 luglio 2022 Ida Nielsen & The Funkbots sono stati tra gli ospiti più attesi di JazzAscona. In questa intervista Nielsen ripercorre gli anni trascorsi accanto a Prince, racconta il proprio percorso artistico e riflette sull'eredità lasciata da uno dei musicisti più influenti del nostro tempo.

Quando Prince ti ha chiamata avevi già avviato il tuo percorso con i Funkbots e pubblicato alcuni album da solista. Poi la tua carriera ha preso una direzione completamente nuova. Come è successo?
La versione breve è questa: nel 2010 ricevetti una telefonata dal suo manager. Mi disse che Prince aveva visto la mia pagina MySpace e che gli sarebbe piaciuto suonare con me. Così partii per Minneapolis. Dopo una ventina di minuti di jam mi invitò a entrare nella New Power Generation e a partire in tournée con lui. È così che è iniziato tutto. [sorride]
Che cosa ha significato lavorare con lui?
Per me è stato un sogno che si realizzava. Prince era stato una fonte d'ispirazione molto prima che lo incontrassi. Lavorare al suo fianco per quasi sei anni mi ha insegnato moltissimo, non solo sul piano musicale, ma su tutto ciò che significa essere un musicista.
Era un vero genio e ci spingeva a riflettere su ogni scelta, sia artistica sia pratica. Ho avuto il privilegio di osservare da vicino il suo modo di lavorare, di vedere come nasceva una canzone, come prendevano forma gli arrangiamenti e come costruiva un concerto. Ancora oggi porto con me quell'esperienza, sia quando entro in studio sia, soprattutto, quando salgo sul palco.
Dal concerto di JazzAscona 2022. Dall'alto: Mika Vandborg (chitarra e cori), Kuku Agami (rap e spoken word) e Patrick Dorcean (batteria ed elettronica).
«Sono davvero grata che ci siano persone che abbiano ancora voglia di ascoltare il funk costruito attorno al basso.»
Quest'estate sei in tournée tra Brasile ed Europa con i Funkbots. È impegnativo portare in giro un'intera band?
Al contrario, è una sensazione bellissima. Certo, le produzioni e i palchi non sono quelli dei tempi di Prince, ma poter vivere della mia musica e suonare i miei brani in giro per il mondo è qualcosa di cui sono profondamente grata. E lo sono ancora di più sapendo che c'è un pubblico disposto ad ascoltare un funk in cui il basso è protagonista.
Hai progettato un basso signature insieme a Sandberg Guitars. Com'è nata questa collaborazione e che cosa rende speciale il tuo strumento?
Conosco Holger, il fondatore di Sandberg, da molti anni. Nel 2009, un anno prima di entrare nella band di Prince, mi regalò un basso. Me ne innamorai subito. Così, quando si presentò l'occasione di sviluppare un modello signature, mi sembrò naturale farlo insieme a lui. Esistono moltissimi costruttori eccellenti, ma ho sempre amato gli strumenti Sandberg.
Il mio basso monta due pickup. Quello al manico produce il classico suono funk che adoro, molto vicino, per esempio, a quello di Larry Graham. L'altro richiama invece il timbro di Jaco Pastorius. Sono due personalità sonore molto diverse e mi piace poter passare dall'una all'altra o combinarle, ottenendo una gamma di sonorità davvero ampia, dal funk più tradizionale a timbri più moderni e morbidi.
E poi è nero e oro. E, diciamolo, è anche molto bello. [ride]
Il tuo quinto album, 02022020, è uscito proprio nel 2020, all'inizio della pandemia. Che ricordo hai di quel periodo?
In realtà il disco uscì il 2 febbraio, quando la pandemia non era ancora arrivata in Danimarca. In quel momento non avevo idea di ciò che sarebbe successo poche settimane dopo.
In che modo quei due anni hanno cambiato il tuo modo di fare musica?
Sotto molti aspetti. Mi hanno fatto apprezzare ancora di più il piacere di tornare sul palco, ma mi hanno anche insegnato a dare valore al presente e alle cose davvero importanti, come la natura e la famiglia. Ho imparato a convivere con una maggiore calma, senza sentirmi continuamente sotto pressione.
In quel periodo ho avviato anche alcuni nuovi progetti nei quali suono soprattutto tastiere e lavoro con la programmazione elettronica. Ho registrato molta musica a casa e il risultato è piuttosto diverso dal funk che il mio pubblico si aspetterebbe.

Che consiglio daresti a chi sogna di vivere di musica?
Di seguire i propri sogni fino in fondo. Se si è disposti a lavorare con dedizione, passione e costanza, credo che prima o poi le opportunità arrivino.
Martina Knecht
Ascona, luglio 2022
Testo © Martina Knecht
Fotografie: Gioele Pozzi, © JazzAscona, 2022

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