Creare condizioni
- 4 ago
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Aggiornamento: 3 giorni fa
Musica, arte visiva, editoria e architettura d'interni raccontano un'idea comune di progetto: non conservare forme concluse, ma creare le condizioni perché luoghi, opere e persone continuino a trasformarsi.

Nel luglio 2026 un soggiorno di lavoro mi ha riportata a Quito. Ci sono città che si lasciano attraversare con facilità e altre che chiedono, prima di tutto, di essere ascoltate. Quito appartiene a questa seconda categoria. Tra le prime città al mondo a essere iscritte, nel 1978, nella Lista del Patrimonio Mondiale dell'UNESCO, la capitale ecuadoriana conserva uno dei centri storici meglio preservati dell'America Latina. Le sue strade raccontano una storia stratificata, dove l'eredità coloniale si intreccia con le culture indigene, le radici precolombine, le pratiche artistiche contemporanee e le molte forme attraverso cui la città continua a esprimere la propria identità. È una città che cambia il ritmo dello sguardo: invita a osservare prima di interpretare e a comprendere il contesto prima di attribuire significato a ciò che si incontra.
Con il tempo mi sono accorta che questa disposizione all'ascolto non riguarda soltanto i luoghi. È diventata anche il modo in cui affronto i progetti culturali. Ogni intervento nasce da un contesto specifico, da relazioni e sedimentazioni che richiedono tempo per essere comprese. È nello spazio tra osservazione, interpretazione e traduzione tra linguaggi diversi che si colloca il mio lavoro culturale: un percorso sviluppato principalmente in Svizzera e aperto, attraverso collaborazioni internazionali, a nuovi contesti e prospettive.
Non si tratta di un percorso lineare, ma di una costellazione di esperienze che, pur appartenendo a campi diversi, condividono una stessa domanda: come può un progetto culturale creare relazioni senza semplificare la complessità dei contesti nei quali nasce? La mediazione culturale diventa allora una pratica di ascolto e connessione: uno spazio in cui idee, persone e pratiche diverse possono incontrarsi e generare nuovi significati.
Il disegno come spazio di relazione
Un murale non cambia soltanto una parete. Può cambiare il modo in cui un quartiere guarda se stesso.
Questa convinzione attraversa il lavoro del Grupo Bananart.ec, progetto ecuadoriano di arte urbana fondato dal promotore culturale Jorge Fernando Manríquez Pozo. Attraverso interventi realizzati in scuole, istituzioni e spazi pubblici, il collettivo coinvolge artisti, comunità locali e amministrazioni in processi di rigenerazione urbana. Nel corso degli anni ha realizzato oltre cinquecento murales in tutto l'Ecuador; nella sola Quito, dodici grandi edifici sono stati trasformati in opere monumentali che dialogano con il patrimonio urbano e con la vita quotidiana dei quartieri.
L'arte pubblica diventa così uno spazio di mediazione culturale, dove il valore dell'opera coincide con la rete di relazioni che ne accompagna la nascita: il confronto con gli abitanti, la collaborazione tra artisti, il dialogo con il territorio e la costruzione di un immaginario condiviso. Il murale è il segno visibile di questo processo, destinato a continuare ben oltre il momento della sua realizzazione.

Questo stesso approccio collaborativo ha dato forma anche all'identità visiva della tournée internazionale Espacios del José Pino Trio e della piattaforma culturale zurighese La casa de nadie. Le illustrazioni originali dell'artista ecuadoriano Jofer Manpo non accompagnano semplicemente i due progetti, ma ne interpretano il linguaggio, traducendo in immagini il dialogo tra arte, ricerca e contesti culturali diversi.
Le t-shirt sviluppate insieme a Bananart.ec per i due progetti assumono la forma di piccole edizioni culturali. Quella dedicata a Espacios integra un codice QR che permette di accedere direttamente all'album su Bandcamp, trasformando il supporto fisico in un punto di accesso all'ascolto. Immagine, musica e dimensione digitale convivono nello stesso oggetto, che continua il racconto oltre il tempo del concerto.
Illustrazione, produzione locale, contenuto musicale e supporto materiale fanno parte di un unico processo creativo. L'oggetto non documenta semplicemente un progetto: ne prolunga l'esperienza e apre nuove possibilità di incontro.
Forse è proprio questo l'aspetto più difficile da raccontare. La cultura lascia quasi sempre un risultato riconoscibile, un murale, un concerto, un libro, mentre il processo che lo ha generato tende a rimanere invisibile. Scompaiono le conversazioni, le collaborazioni, i dubbi e le trasformazioni che ne hanno accompagnato la nascita. Eppure è proprio in quello spazio, spesso nascosto, che un progetto trova il proprio significato.
Ogni partitura è una nuova lettura
Anche il lavoro del compositore e musicista ecuadoriano José Pino, residente in Svizzera da oltre dieci anni, si sviluppa lungo il confine tra continuità e trasformazione. Le sue composizioni attraversano la musica popolare dell'Ecuador, il jazz, l'elettronica e la musica contemporanea, lasciando che tradizioni diverse entrino in dialogo e generino nuovi linguaggi. Tra i ritmi che attraversano il suo lavoro vi è il pasillo ecuadoriano, iscritto nel 2021 nella Lista rappresentativa del patrimonio culturale immateriale dell’UNESCO, riletto non come repertorio da conservare ma come materia viva aperta a nuove interpretazioni. Nel luglio 2026 questo dialogo è tornato simbolicamente nel luogo da cui era partito. La tournée ecuadoriana di José Pino ha rappresentato un ritorno nel Paese d'origine, dove il percorso artistico maturato in Europa si è confrontato nuovamente con il contesto culturale che continua ad alimentarlo.
Per la tournée ecuadoriana ha formato un trio insieme a due musicisti attivi nella scena jazz di Quito: il pianista Ricardo Subía e il batterista Roberto Morales, con i quali ha sviluppato un repertorio costruito sul dialogo e sull'improvvisazione. Nei concerti di Quito si è inoltre unita come ospite la violinista Fernanda Delgado, membro della Orquesta Sinfónica Nacional del Ecuador, ampliando ulteriormente il confronto tra scrittura contemporanea, jazz e pratica orchestrale.
La tournée ecuadoriana del José Pino Trio mi ha offerto l'occasione di seguire questo percorso anche attraverso la produzione fotografica e audiovisiva dei concerti. Documentare le esecuzioni significava osservare come la stessa musica si trasformasse nell'incontro con luoghi, pubblici e contesti sempre diversi. Fotografie e video diventano così parte del progetto artistico, accompagnandone l'evoluzione anziché limitarsi a conservarne la memoria.
Lo stesso principio si ritrova nella notazione musicale. Una partitura non chiude l'opera, ma ne custodisce il potenziale, affidandolo a nuove letture. Ogni esecuzione nasce dall'incontro tra compositore, interpreti, spazio e ascoltatori, rendendo ogni concerto irripetibile. Da questa prospettiva nasce Essential Scores, la collana di La casa de nadie Editions dedicata alla pubblicazione di lead sheet di compositori contemporanei. La loro scrittura essenziale lascia spazio all'interpretazione e all'improvvisazione, così che le composizioni possano continuare a trasformarsi attraverso nuove esecuzioni.

Pubblicare una partitura significa accettare che un'opera rimanga aperta. La pagina conserva la memoria della composizione, ma il suo significato continua a rinnovarsi attraverso chi la interpreta.
È forse questa la dimensione che più mi interessa del lavoro culturale: creare le condizioni perché un'opera continui a essere attraversata, riletta e trasformata nel tempo.
Abitare il patrimonio
Durante lo stesso soggiorno in Ecuador, nel luglio 2026, ha preso forma anche un progetto di natura più personale.
La prima stanza a essere rinnovata è stata la cucina.
Non è stata una scelta casuale. Da sempre cuore condiviso della casa, questo ambiente mantiene il ruolo centrale attorno al quale si è sviluppata una forma di abitare radicata nella storia dell'edificio. La sua configurazione riflette una tipologia abitativa tradizionale diffusa sulle pendici di Quito: spazi comuni, come la cucina, il cortile e la lavanderia, attorno ai quali si organizzano camere autonome, ciascuna con il proprio accesso esterno lungo la scalinata che risale la collina. Una soluzione nata dall'adattamento alla topografia e da un modo di vivere fondato sulla relazione tra spazi privati e dimensione condivisa.
La cucina diventa così il punto di partenza di una riflessione più ampia sul patrimonio abitativo.
L'intervento non nasce dall'idea di sostituire l'esistente, ma di accompagnarne l'evoluzione. I pavimenti originali in terracotta smaltata sono stati conservati, mentre le superfici interne sono state sottoposte a un accurato lavoro di bonifica, impermeabilizzazione e nuova finitura, necessario per restituire qualità e durata agli ambienti senza cancellarne le tracce storiche. Su questa base, i nuovi elementi introducono un linguaggio essenziale costruito attorno ai toni del bianco, del nero, dello champagne e della pietra. Pensili minimali, un banco di lavoro in muratura, superfici ceramiche e dettagli metallici definiscono una presenza contemporanea discreta, lasciando che siano la materia, le proporzioni e la memoria dell'edificio a costruire l'identità dello spazio.
Il progetto non riscrive la storia della casa, ma ne accompagna la trasformazione, permettendo all'edificio di continuare a essere abitato e interpretato nel tempo.
Questa stessa logica guiderà anche la fase successiva: una nuova struttura leggera in acciaio e vetro, concepita come un'estensione abitabile della casa, metterà in relazione il fronte costruito della collina con il cortile interno. La nuova architettura proteggerà la scalinata esterna e genererà balconi, una veranda e spazi di lavoro luminosi, pensati per accogliere una vegetazione amazzonica.
Anche il cortile partecipa a questa stessa visione. Là dove oggi il cemento ha sostituito il terreno, la sparuta vegetazione rimasta custodisce ancora alcune tracce del giardino originario: il vecchio cedrón andino, un generoso limone dai frutti arancioni e una rosa selvatica. Queste presenze mantengono ancora un legame con il paesaggio circostante, offrendo ristoro a farfalle e colibrì di passaggio, ma lasciano soltanto intuire la ricchezza naturale che questo luogo potrebbe nuovamente accogliere. Il progetto prevede il recupero di un orto e di un giardino con specie autoctone, ricostruendo il legame originario tra architettura, paesaggio e vita quotidiana.
La nuova struttura vetrata nasce anche dal desiderio di mettere in relazione lo spazio abitato con una condizione climatica singolare: quella di una città all'equatore, ma sospesa ad alta quota sulla cordigliera. Quito, considerata dopo La Paz una delle metropoli più alte del mondo, si sviluppa tra i 2500 e i 3500 metri di altitudine, dove il forte irraggiamento solare delle giornate andine convive con temperature notturne sensibilmente più basse. In un contesto dove il riscaldamento domestico è quasi assente, l'architettura può migliorare il comfort abitativo attraverso soluzioni passive. Pensata come una serra contemporanea, la nuova estensione accumulerà il calore durante il giorno e lo restituirà gradualmente agli ambienti circostanti. Una scelta tecnica che diventa anche una riflessione sul modo in cui il progetto si pone in relazione con il clima anziché opporvisi.
Questo intervento suggerisce anche un diverso modo di intendere il patrimonio. Non come qualcosa da conservare a distanza, ma come una risorsa capace di generare nuove forme di vita. Un edificio continua a raccontare la propria storia solo se continua a essere abitato.
Abitare un quartiere
Lo sguardo si allarga così al futuro di Chimbacalle.
Oggi il quartiere porta i segni di una trasformazione lenta. Negli ultimi decenni molte famiglie hanno lasciato il quartiere, alcune scuole hanno chiuso e numerosi edifici attendono nuovi investimenti. Eppure proprio questa apparente marginalità ha permesso di conservare un'identità urbana rara.
Le strade di Chimbacalle risalgono le colline che incorniciano Quito. Dai vicoli in pendenza la vista si apre sul Panecillo e la Vergine, osservata da dietro la spalla sinistra, in una prospettiva che raramente compare nelle immagini della città. Pochi isolati più in basso si incontrano la storica Estación del Ferrocarril de Chimbacalle, oggi priva del suo servizio ferroviario ma oggetto di nuovi progetti di recupero culturale, il mercato coperto che continua a scandire la vita quotidiana del quartiere e il Teatro México, recuperato dopo un lungo periodo di abbandono e oggi nuovamente aperto alla vita culturale del sud di Quito.
Durante il soggiorno abbiamo assistito anche a una piccola processione mariana che attraversava le vie del quartiere. La statua della Vergine, accompagnata dalla banda e dal fumo dell'incenso, procedeva lentamente tra negozi e abitazioni, sostando davanti alle attività commerciali che ne avevano esposto l'effigie per la tradizionale benedizione. I partecipanti erano pochi, ma proprio quella dimensione raccolta restituiva il senso di una religiosità quotidiana, ancora profondamente intrecciata con la vita del quartiere.
Per José Pino, cresciuto a Chimbacalle, quella processione riportava alla memoria un'altra immagine della sua infanzia. Ricorda le Fiestas de Quito, quando la festa si costruiva nei diversi quartieri della città e non era ancora concentrata in un programma centralizzato. Palchi, concerti, bande popolari e iniziative organizzate dagli abitanti animavano le strade, trasformandole per alcuni giorni in luoghi di incontro e partecipazione collettiva, dove bambini, famiglie e musicisti condividevano lo spazio pubblico.
Quei ricordi alimentano oggi una riflessione sul futuro di Chimbacalle. Non un luogo trasformato dal turismo o dalla speculazione immobiliare, ma una comunità capace di ritrovare nella cultura una propria forza generativa. Musica, arti visive, residenze per artisti, piccoli laboratori e alloggi accessibili per studenti, ricercatori e viaggiatori indipendenti potrebbero restituire nuova vitalità a un patrimonio architettonico e umano ancora straordinariamente ricco. In questa prospettiva, esempi come La Candelaria di Bogotá mostrano come la valorizzazione del patrimonio storico possa procedere insieme alla crescita di una scena culturale indipendente, senza perdere il legame con la vita quotidiana dei suoi abitanti.
La festa, allora, non rappresenta soltanto una tradizione da ricordare, ma una possibile infrastruttura culturale. Riattivare lo spazio pubblico attraverso concerti, iniziative artistiche e occasioni d'incontro significa restituire alle strade la loro funzione originaria: quella di luoghi in cui una comunità continua a riconoscersi, a raccontarsi e a immaginare il proprio futuro.
Chimbacalle racconta così una storia fatta di stratificazioni continue: edifici in mattoni costruiti artigianalmente, trasformazioni successive, memoria ferroviaria, spazi culturali recuperati e pratiche collettive che continuano ad abitare il tessuto urbano. Anche le coperture riflettono questa evoluzione. Accanto alle tradizionali lamiere ondulate compare oggi il techo español, una copertura leggera in materiale composito che riprende il profilo delle antiche tegole coloniali attraverso materiali contemporanei e accessibili.
Immaginare un futuro per Chimbacalle non significa gentrificare il quartiere né trasformarlo in un museo a cielo aperto. Significa dimostrare che patrimonio, cultura, iniziativa privata e qualità dello spazio abitato possono diventare strumenti di rigenerazione.
Proprio accanto al portone della casa, un piccolo intervento urbano sembra raccontare questa possibilità. Lo slargo da cui si apre il vicolo, la pavimentazione in pietra bicolore, il giovane albero che ne segna l'ingresso, i nuovi cespugli che accompagnano la salita e la mano di bianco che restituisce luce ai muri trasformano la percezione di uno spazio quotidiano senza ricorrere a gesti spettacolari. Il cambiamento è minimo, quasi impercettibile. A renderlo visibile è soprattutto il grande cartello del Municipio che ne annuncia la realizzazione: «Quito renace». Eppure basta poco per suggerire che la trasformazione di un quartiere può iniziare proprio da lì.
Abitare il centro storico
Una prospettiva simile emerge anche nel Centro Histórico di Quito, dove alcune iniziative indipendenti stanno sperimentando nuove forme di relazione tra patrimonio, attività quotidiane e vita urbana. Tra queste, il progetto Pata Caliente, fondato da Galo Benítez, propone un modo diverso di attraversare il centro storico: non come un insieme di monumenti isolati, ma come un tessuto abitato fatto di persone, attività, memorie e luoghi spesso nascosti ai percorsi tradizionali.
La sua ricerca nasce dalla convinzione che gli immobili storici inutilizzati possano tornare a essere luoghi vissuti, attraverso nuovi usi capaci di intrecciare patrimonio, attività culturali e vita quotidiana. L'idea è trasformare questi luoghi in spazi capaci di accogliere nuove attività gastronomiche, artistiche e artigianali, creando occasioni di incontro tra chi vive la città e chi la attraversa. Un esempio concreto di questa visione è La Caponata, il ristorante ricavato in una casa coloniale restaurata con grande cura e concepito come spazio di relazione, dove la cucina siciliana dialoga con attività culturali e creative.
A pochi passi, la Casa del Marqués applica lo stesso principio: un cortile interno condiviso, animato da realtà diverse che si affacciano sui ballatoi, tra attività gastronomiche, botteghe artigiane, teatro popolare e altre iniziative culturali. Entrare in questi cortili significa percepire una continuità tra passato e presente: le gallerie in legno cerato, le vetrate originali, gli stucchi e le antiche pavimentazioni in pietra e maiolica colorata raccontano ancora la ricchezza dell'architettura coloniale spagnola di Quito, mentre i nuovi usi restituiscono agli immobili storici una presenza quotidiana.
Durante il percorso attraverso il Centro Histórico organizzato nell'ambito di Pata Caliente, Benítez ci ha mostrato un vicolo in discesa verso Plaza Grande e il Palazzo Presidenziale, uno spazio riqualificato anche grazie alle richieste espresse da chi abita e attraversa quotidianamente il centro storico. L'intervento ha introdotto alberi lungo il percorso, creando una separazione più sicura tra il passaggio pedonale e la strada: gli autobus continuano a scendere a capicollo lungo la pendenza, ma senza più dominare completamente lo spazio pubblico. Per Benítez, questo cambiamento ha un valore soprattutto quotidiano: significa poter passeggiare con il cane, incontrare i vicini, fermarsi nella piazza e tornare a riconoscere le strade come luoghi della vita comune.
Anche la gastronomia assume, in questa prospettiva, una funzione urbana. Creare luoghi capaci di generare presenza nelle ore serali significa favorire nuove forme di socialità e contribuire alla sicurezza percepita degli spazi pubblici. La rigenerazione non riguarda soltanto gli edifici, ma le relazioni che questi rendono nuovamente possibili.
Dalla riqualificazione dello spazio pubblico a Chimbacalle agli interventi nel Centro Histórico emerge una stessa domanda: come può una città trasformarsi mantenendo vivo il legame con i luoghi che la compongono? «Quito renace», il motto del Municipio visibile sui cartelli e sui mezzi pubblici della città, suggerisce una direzione: riconoscere negli spazi esistenti non soltanto le tracce del passato, ma anche le possibilità di futuro.
La rigenerazione urbana raramente nasce da un unico gesto o da un grande progetto. Prende forma attraverso una molteplicità di interventi, relazioni e forme di cura quotidiana: una casa recuperata, una strada restituita alla comunità, un edificio storico che trova nuovi usi. A volte la trasformazione di una città non inizia da una nuova costruzione, ma dalla capacità di riconoscere il valore di ciò che esiste e accompagnarne la trasformazione nel tempo.
Creare condizioni
Ripensando ai progetti raccontati in queste pagine, mi colpisce come appartengano a mondi solo apparentemente lontani. Un concerto, una maglietta, una partitura, una casa: quattro forme diverse attraverso cui un progetto culturale prende corpo e continua a evolversi. Eppure tutti pongono la stessa domanda: come può una cultura continuare a trasformarsi senza interrompere il dialogo con ciò che l'ha generata?
Tra Svizzera ed Ecuador, la mediazione culturale ha assunto per me il significato di un lavoro di osservazione, ascolto e interpretazione. Non si tratta di cercare equivalenze tra realtà diverse, ma di costruire relazioni capaci di accogliere le differenze e creare le condizioni per il dialogo.
Forse è proprio questo il compito del lavoro culturale: non produrre significati definitivi, ma lasciare aperto uno spazio in cui nuovi significati possano emergere. Perché nessun progetto si conclude davvero nel momento in cui viene realizzato. Continua a vivere nelle interpretazioni che genera, nei luoghi che trasforma e nelle relazioni che mette in movimento.
Martina Knecht
Quito, luglio 2026
Testo e immagini © Martina Knecht
Approfondimenti
José Pino
Compositore, musicista e produttore ecuadoriano residente in Svizzera. Le sue composizioni intrecciano musica latinoamericana, jazz, elettronica, musica elettroacustica e ricerca contemporanea, sviluppando un linguaggio musicale che attraversa culture e continenti.
Ascolta Espacios
Pubblicato nel 2026, Espacios raccoglie composizioni originali di José Pino, frutto del suo percorso artistico tra Cina, Svizzera ed Ecuador. L'album è disponibile in streaming e download su Bandcamp.
La casa de nadie
Piattaforma culturale indipendente con sede a Zurigo dedicata alla produzione artistica e alla mediazione culturale attraverso produzioni audiovisive, pubblicazioni e collaborazioni internazionali.
La casa de nadie Editions
La collana editoriale Essential Scores pubblica partiture di compositori contemporanei, con l'obiettivo di favorire nuove interpretazioni e la circolazione della musica oltre il momento della sua esecuzione.
La casa de nadie Boutique
Le partiture della collana Essential Scores e le magliette illustrate nate dalla collaborazione con Grupo Bananart.ec.
Grupo Bananart.ec
Collettivo ecuadoriano di arte urbana impegnato nella realizzazione di murales, interventi negli spazi pubblici e progetti di rigenerazione urbana sviluppati insieme ad artisti, scuole, istituzioni e comunità locali.
UNESCO – Pasillo, canto e poesia
Nel 2021 il pasillo ecuadoriano è stato iscritto nella Lista rappresentativa del patrimonio culturale immateriale dell'UNESCO, riconoscendone il ruolo centrale nella memoria culturale dell'Ecuador.
Quito – Patrimonio Mondiale UNESCO
Nel 1978 Quito è stata una delle prime città al mondo a essere iscritta nella Lista del Patrimonio Mondiale dell'UNESCO, grazie all'eccezionale conservazione del suo centro storico.
Altri testi di Martina Knecht
Uno sguardo al mio lavoro al crocevia fra lingua, cultura, design e mediazione.



