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La mediazione è progettazione

  • 3 giorni fa
  • Tempo di lettura: 6 min

Come spazi, oggetti e architetture acquistano significato – e perché la mediazione è parte del progetto.


Die Autorin in einem Raum von La casa de nadie
Tra architettura espressiva e design iconico si comprende che cosa sia davvero la mediazione: il significato nasce dalla relazione tra lo spazio e chi lo vive.



Uno spazio non parla da sé. Lo si legge attraverso i materiali, le proporzioni, la luce, l'uso. Lo stesso vale per gli oggetti: il loro significato non risiede soltanto nella forma, ma nasce dalla relazione con le persone che li incontrano, li utilizzano e li collocano all'interno di un determinato contesto culturale.


Eppure la mediazione viene spesso considerata qualcosa che viene dopo: un testo per un'immagine, una spiegazione per un edificio, una storia per un oggetto. Io la penso diversamente. La mediazione comincia là dove la progettazione incontra la percezione. Perché ciò che un progetto suscita, il modo in cui viene compreso e le relazioni che è capace di generare fanno parte della sua efficacia tanto quanto la materia, la forma o la funzione.


Questa convinzione mi accompagna fin dai miei primi incontri con il design a Locarno, la mia città natale. Nell'azienda di arredamento Knecht Arredamenti, i mobili non venivano semplicemente esposti e venduti. Venivano contestualizzati: attraverso il dialogo, l'incontro con designer e progettisti, e la domanda su perché un oggetto fosse rilevante e quale idea vi fosse alla sua origine. Ho compreso così, molto presto, che la progettazione assume una forma concreta nel progetto, ma non si esaurisce lì. Prosegue nel modo in cui un oggetto viene compreso, utilizzato, vissuto e infine accolto nella quotidianità.


Un esempio particolarmente significativo fu la prima diffusione della collezione di mobili e oggetti Memphis in Ticino. Mio padre, l'architetto d'interni locarnese Jakob Knecht, presentò i progetti del gruppo già nei primi anni Ottanta, quando il suo linguaggio formale radicale era ancora in gran parte sconosciuto in Svizzera. Fondato nel 1981 da Ettore Sottsass, il gruppo riuniva progettisti e designer di discipline e nazionalità diverse, tra cui Michele De Lucchi, Matteo Thun, Nathalie du Pasquier e Martine Bedin. I loro progetti, colorati, giocosi e deliberatamente inattesi, mettevano in discussione le idee consolidate di funzione, gusto e abitabilità.


Portare Memphis in un contesto locale significava dunque qualcosa di più che proporre nuovi mobili. Significava aprire l'accesso a un'idea diversa di design. La mediazione creava uno spazio nel quale un linguaggio formale inizialmente estraneo poteva essere osservato, discusso e infine compreso.



Carlton, Ettore Sottsass (1981) – Una libreria che si rifiuta di essere neutrale. Con le sue linee oblique, le superfici colorate e le proporzioni inconsuete, Carlton metteva in discussione l'idea che un mobile dovesse farsi da parte e limitarsi alla pura funzionalità. Sottsass trasformò il mobile in un segno: un oggetto capace di rendere visibile una posizione, un atteggiamento.
Carlton, Ettore Sottsass (1981) – Una libreria che si rifiuta di essere neutrale. Con le sue linee oblique, le superfici colorate e le proporzioni inconsuete, Carlton metteva in discussione l'idea che un mobile dovesse farsi da parte e limitarsi alla pura funzionalità. Sottsass trasformò il mobile in un segno: un oggetto capace di rendere visibile una posizione, un atteggiamento.

Alcuni oggetti si conservano proprio perché sono qualcosa di più della loro funzione. Anno dopo anno, dopo ogni inventario, un piatto Memphis trovava la strada verso la mia collezione. Insieme alle mie amate Spaghetti Chair di Giandomenico Belotti, prodotte da Alias a partire dal 1979, raccontano una stagione in cui il design non era soltanto un bene di consumo, ma un linguaggio attraverso cui si discutevano idee, estetica e società. Oggi questi oggetti fanno parte della mia storia personale e testimoniano come un progetto possa continuare ad acquisire significato ben oltre la funzione per cui è stato concepito.



Lo spazio come esperienza


Ancor prima che uno spazio venga spiegato, ha già prodotto un effetto. Vi entriamo, lo attraversiamo, reagiamo ai materiali, alla luce, alle proporzioni. Il significato nasce così, immediatamente, dall'esperienza del corpo.


Questo mi è apparso particolarmente evidente visitando la Vitra Fire Station di Zaha Hadid, nel Vitra Campus di Weil am Rhein, al confine tra Germania, Svizzera e Francia. L'architettura, realizzata nel 1993, non è uno spazio che si lascia esaurire da un unico sguardo. Il cemento a vista, le geometrie dai tagli netti e la tensione fra movimento e immobilità costruiscono una drammaturgia spaziale che si rivela pienamente soltanto attraversandola. L'edificio sollecita il corpo: i percorsi diventano direzioni, gli spigoli segnali visivi, le transizioni momenti di orientamento.



Vitra Fire Station, Zaha Hadid (1993) – Cemento a vista, geometrie dai tagli netti e una drammaturgia spaziale sospesa fra movimento e immobilità rendono l'architettura immediatamente esperibile.
Vitra Fire Station, Zaha Hadid (1993) – Cemento a vista, geometrie dai tagli netti e una drammaturgia spaziale sospesa fra movimento e immobilità rendono l'architettura immediatamente esperibile.

La fotografia può trasmettere queste qualità, ma non può sostituire l'esperienza. Ed è proprio qui che si trova uno dei compiti centrali della mediazione culturale: distinguere l'immagine di uno spazio dallo spazio stesso e rendere percepibili quegli aspetti che si manifestano soltanto attraverso il movimento, il tempo e la percezione.


Un'altra forma di esperienza spaziale mi si è rivelata nell'ex atelier di Achille Castiglioni a Milano. Nel piano nobile di un elegante palazzo lombardo, in un angolo, è collocato uno specchio a tutta altezza, disposto diagonalmente con un'inclinazione di 45 gradi. Un intervento apparentemente semplice modifica l'intera percezione dello spazio: da un angolo nasce l'incrocio di due lunghi corridoi, la cui estremità scompare tra librerie traboccanti, tavoli da disegno e vetrine. Lo spazio appare più grande, più profondo e, al tempo stesso, simile a un laboratorio aperto del pensiero.



Ex atelier di Achille Castiglioni (1918-2002), Milano – Librerie a tutta altezza, tavoli da disegno, strumenti e modelli conservano le tracce di un metodo di lavoro nel quale osservazione, sperimentazione e vita quotidiana erano inseparabili.
Ex atelier di Achille Castiglioni (1918-2002), Milano – Librerie a tutta altezza, tavoli da disegno, strumenti e modelli conservano le tracce di un metodo di lavoro nel quale osservazione, sperimentazione e vita quotidiana erano inseparabili.

L'atelier sembra ancora oggi come se Castiglioni fosse uscito soltanto per un momento. Sono ancora presenti schizzi, disegni, modelli e oggetti d'uso quotidiano. Il luogo conserva così non soltanto degli oggetti, ma un modo di lavorare e di pensare. Ed è proprio quello specchio apparentemente marginale a diventare una chiave per comprendere il pensiero di Castiglioni: basta una piccola variazione perché una situazione familiare possa essere nuovamente letta.



Dal progetto al contesto


Oggi architettura e design ci raggiungono spesso innanzitutto come immagini: un rendering, un'icona fotografica, una breve sequenza sui social media. Prima ancora di entrare in un edificio o di toccare un oggetto, ne abbiamo già ricevuto un'interpretazione. È questa prima percezione a determinare, almeno in parte, le aspettative con cui ci accostiamo a ciò che verrà.


La mediazione, dunque, non comincia con la spiegazione di un progetto concluso. Comincia prima: nella scelta di ciò che viene mostrato, nella lingua con cui un progetto viene descritto, nelle relazioni che si stabiliscono e nelle domande che si decide di lasciare aperte.


Sono esperienze che continuano a orientare il mio lavoro. In Swiss Hypertext considero la mediazione parte del progetto: racconto l'architettura come processo, il design come pratica culturale e l'oggetto come risultato di decisioni, relazioni e idee. Il mio compito consiste nel dare una struttura a questi nessi, affinché possano diventare leggibili senza perdere la loro complessità.


Perché l'architettura non è fatta soltanto di ciò che è stato costruito. È fatta anche delle decisioni, delle condizioni e delle visioni che hanno condotto a quel risultato. Lo stesso vale per un mobile, una mostra o una pubblicazione. Ciò che vediamo è sempre, in qualche misura, la superficie visibile di un processo.


La mediazione rende accessibile quel processo. Mette in relazione percezione e contesto, esperienza e conoscenza, progetto e spazio pubblico.



La mediazione come parte del progetto


Forse è proprio qui che risiede la sua dimensione progettuale.


Un progetto acquista significato non soltanto attraverso la sua forma fisica. Il significato nasce nell'interazione con le persone che lo osservano, lo utilizzano, lo interpretano e lo trasmettono a loro volta. La mediazione crea le condizioni perché questo incontro possa avvenire.


La mediazione è progettazione.


Non come aggiunta a un progetto già concluso, ma come parte di quel processo attraverso il quale la progettazione diventa, prima di tutto, leggibile, esperibile e rilevante.



Idea chiave

La buona progettazione non termina con il progetto. È attraverso la mediazione che la progettazione diventa leggibile. Per questo la mediazione non è un'aggiunta, ma parte stessa del progetto.



Martina Knecht

Testo © Martina Knecht

Immagini (von oben nach unten) © Martina Knecht, © The Metropolitan Museum of Modern Art, © Vitra Design Museum, © Fondazione Achille Castiglioni





Approfondimenti



Memphis Milano

Ettore Sottsass e la storia del gruppo Memphis


Vitra Design Museum | Vitra Campus

Zaha Hadid e la Stazione dei vigili del fuoco


Fondazione Achille Castiglioni

Studio, archivio e opera di Achille Castiglioni

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Uno sguardo al mio lavoro al crocevia fra lingua, cultura, design e mediazione.

 
 
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